Ancora incidenti sul lavoro

da | 26 Febbraio 2024 | 0 commenti

AUTORE
Ing. Daniele Longo,  RSPP esterno, Coordinatore per la Sicurezza nei cantieri temporanei e mobili, Formatore e CTP. Socio fondatore dell’Azienda SicurOtto S.r.l.

INCIPIT

Ancora incidenti sul lavoro. Stragi annunciate, oppure evitabili. Riflessioni su accadimenti recenti.

Partendo dal presupposto che anche un solo infortunio mortale appare agli occhi di chi si occupa di prevenzione, salute e sicurezza sui luoghi di lavoro un fallimento generale, occorre però essere schietti nell’analizzare una serie di fattori chiave per la comprensione del fenomeno. Premesso che si tratta di persone, di famiglie e di gente che lavora con una grande dignità, la riflessione “numerica” non deve tuttavia associare con eccessiva freddezza e senso cinico quello che è il tragico evento. Tuttavia, per la comprensione del fenomeno, dovremmo inevitabilmente ricorrere al fattore “numerico”, rimarcando ancora una volta, qualora fosse necessario, che anche un solo decesso sul lavoro sia decisamente troppo. Sull’aspetto numerico, anche gli organi deputati a fotografare lo stato lavorativo delle aziende spesso ricorrono a valori assoluti i quali possono avere un appeal significativamente maggiore a chi conosce meno la materia, ma di certo non aiutano alla comprensione del fenomeno. Infatti, quando si dice che ogni giorno in Italia si registrano all’incirca tre decessi sul lavoro (dato che mi fa rabbrividire durante la scrittura di queste righe) in realtà si dice tutto e non ci dice nulla, in quanto trattasi di dati in valore assoluto e non “pesati” sulle ore lavorate (indice di frequenza) o sul numero di occupati (indice di incidenza) non fornendo un quadro statisticamente significativo. Ma ancora, potremmo fare una serie di ragionamenti sui settori all’interno del quale accadono gli infortuni, piuttosto che sulle aree geografiche, sull’estrazione culturale del lavoratore, sull’età, sul genere e così via. Volendo usare una terminologia cara agli informatici, dovremmo prima ragionare in termini di “dati”, quindi elementi conosciuti veri e reali, ma allo stato grezzo, e passare successivamente alle “informazioni”, che rappresentano l’interpretazione e la successiva elaborazione del dato stesso.

A parere dello scrivente i maggiori problemi ed errori concettuali, li troviamo proprio nel passaggio dal dato all’informazione. Infatti se si partisse da informazioni scorrette, derivanti quindi da una errata interpretazione del dato reale (anche se vero), arriveremmo sicuramente ad un risultato sbagliato. Un esempio banale e illogico, potrebbe aiutare a comprendere meglio il significato di quanto detto e l’entità del problema interpretativo che troviamo alla base. Ad esempio, tutti noi sappiamo che è assolutamente vietato, dannoso e criminale, mettersi alla guida dopo aver assunto sostanze alcoliche. E su questo è assolutamente semplice (nonché legalmente e penalmente giusto) condividere ed essere d’accordo. Se, in aggiunta, dovessimo dire che il 20% sul totale degli incidenti è causato dalla guida in stato d’ebbrezza, staremmo dando un dato. E anche fin qui, nulla da dire. Nel momento in cui andassimo ad interpretare questo “dato” siamo sicuri che qualcuno non possa fare un ragionamento completamente illogico, dicendo che il problema degli incidenti stradali sono l’80% degli automobilisti sobri? Infatti il sostenitore di questa folle tesi potrebbe affermare che se un conducente fosse sobrio avrebbe l’80% di probabilità di causare un incidente, maggiore quindi di un conducente brillo che ne avrebbe solo il 20%. Ovviamente tutti noi (e ci mancherebbe) comprendiamo che questa fantasiosa interpretazione di un dato vero, ci porta ad una soluzione che è peggiore della malattia stessa, perché nessun sano di mente potrebbe affermare una cosa del genere (anche se in un mondo di terrapiattisti, sostenitori di scie chimiche, ecc. qualche stravaganza illogica potremmo pure aspettarcela, ma questa è un’altra storia). Questo esempio paradossale ci porta tuttavia a fare una riflessione. Come mai, con la puntualità canonica dell’allergia primaverile, piuttosto che del foruncolo estivo e via discorrendo, ad ogni evento del genere si ripete il medesimo copione? Quel copione caratterizzato dalla sovraesposizione mediatica nell’immediato e dalla solita litania dei maggiori controlli, delle maggiori ispezioni da parte di politica, sindacati e opinionisti di vario titolo e di ogni ordine e grado. Forse perché si sceglie la via più breve, caratterizzata dall’aspetto emotivo della questione e sull’impulso di quel numero che a tutti fa tanta, ma tantissima paura. Oppure si tralascia un aspetto fondamentale, ovvero la conoscenza intima dell’argomento il cui risultato è rappresentato non dal consenso sul problema ma dalla soluzione dello stesso? Spesso si dimentica che la sicurezza, per quanto non sia una scienza esatta, è comunque una scienza. E come tale occorre affrontarla, con quel rigore scientifico che difficilmente conoscono opinionisti a maglia larga, social influencer di turno o comunque persone che nella vita faranno sicuramente benissimo un altro lavoro. Non possono essere improvvisate le competenze che permettano di analizzare i dati reali, per trasformarli in informazioni utili da mettere in campo ogni giorno sul luogo di lavoro. Forse, e rimarco il forse, bisognerebbe partire proprio dalle competenze. Da quelle competenze necessarie a chi informa, forma e addestra, da quelle competenze raggiunte (e magari ciclicamente verificate) da chi opera in campo e da quelle competenze di chi nell’organizzazione aziendale ne ha il controllo e la direzione. E ancora, da quelle competenze che non sono rappresentate da un cartoncino anche oftalmicamente gradevole, incastonato in una graziosa cornicetta di plastica, perché di formalismi ne abbiamo le sacche piene e dovremmo capacitarci un po’ tutti che un grammo di realtà pesa molto più che un chilo di formalismo.

PS. Si è cercato di dare un tono abbastanza leggero all’argomento per ragioni di scorrevolezza. L’intento non era sicuramente quello di “banalizzare” il tema.

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