Il pericolo dell’esperienza

da | 28 Marzo 2026 | 1 commento

AUTORE
Ing. Daniele Longo,
Ingegnere Meccanico e socio fondatore di SicurOtto S.r.l., opera come CSP/CSE, Lead Auditor e RSPP adottando una visione multidisciplinare per la risoluzione di criticità sistemiche. Integra metodologie di osservazione comportamentale nei sistemi di gestione per l’evoluzione dei protocolli di sicurezza, trasformando la valutazione dei rischi da adempimento statico in una reale opportunità di crescita e stabilità operativa.

Incipit:

Il Paradosso del Professionista.

In ambito HSE, siamo abituati a considerare l’esperienza come lo scudo definitivo contro l’errore. Eppure, la cronaca degli infortuni ci racconta una verità opposta: la routine è un killer silenzioso che colpisce proprio chi si sente più sicuro. Attraverso il concetto di Shoshin (la “mente del principiante”), questo articolo esplora la necessità di recuperare una vigilanza pura, capace di smascherare la “Normalizzazione della Devianza”. Spogliandoci dalle spettacolarizzazioni della sicurezza, analizzeremo perché la vera maestria non risieda nell’assenza di dubbi, ma nel coraggio di guardare l’ovvio con occhi nuovi, specialmente in quel pericoloso “ultimo miglio” dove la confidenza spegne la prevenzione.

Il pericolo dell’esperienza: quando l’abitudine diventa un rischio

In ambito HSE, l’esperienza è spesso considerata il miglior alleato. Ma se non governata, può trasformarsi nel peggior nemico: il “killer silenzioso” della routine. Dopo migliaia di gesti ripetuti sempre allo stesso modo, la nostra mente smette di “vedere” il pericolo. Il rischio si nasconde nelle pieghe della confidenza, dove l’occhio dell’esperto si abitua all’anomalia finché non la considera parte del paesaggio.

Lo Shoshin come Disciplina Operativa

Nella pratica marziale che seguo da parecchio tempo, esiste un concetto fondamentale: lo Shoshin, la “mente del principiante”. È lo stato di chi resta aperto all’apprendimento e alla scoperta, rifiutando il pregiudizio della competenza acquisita.

Inizialmente, vedere applicato questo concetto a chi ha decenni di pratica mi ha dato un certo senso di sconforto. Notavo esternamente una grande perizia, una sicurezza e un’armonia nei movimenti priva di sbavature. Mi chiedevo: cosa possono ancora imparare? Perché un maestro dovrebbe approcciarsi alla propria arte ogni giorno come un principiante?

In realtà tale approccio mi ha portato a effettuare parallelismi significativi con la mia professione di consulente. In punta di piedi, e prendendo le distanze dalle “spettacolarizzazioni” della sicurezza che non risolvono il problema procedurale alla base, ho cercato di portare nel lavoro un nobile pensiero meditato sul monte Fuji: come coniugare il grande bagaglio culturale dell’esperienza con la freschezza mentale del principiante senza che appaia come un ossimoro?

Oltre i limiti dell’ “IO”

Applicare la “mente del principiante” alla sicurezza può apparire paradossale, forse per la paura di riconoscere dei limiti che appartengono più al nostro “IO” che a quelli imposti da procedure o checklist. Eppure, risulterebbe estremamente utile:

  • Guardare l’ovvio con occhi nuovi: Approcciarsi a una macchina o a una procedura per la decimillesima volta come se fosse la prima.
  • Rifiutare l’automatismo: Sostituire la reazione istintiva con l’osservazione consapevole.
  • Mettere in discussione il “si è sempre fatto così”: Una frase che, ontologicamente, rappresenta il fallimento di ogni sistema di prevenzione.

Il rischio dell’ultimo miglio

Principalmente in ambito psicologico si parlerebbe di Bias (di ancoraggio, di conferma), ma non possiamo prescindere da una realtà fisica: mentre il lavoratore inesperto è cauto perché ha paura, l’esperto rischia di essere vulnerabile perché ha fiducia.

Molti incidenti gravi accadono in quello che considero “l’ultimo miglio”. Spesso, verso la fine di un’attività, il lavoratore abbassa la guardia: la confidenza estrema estingue la vigilanza post-operativa, causando un risultato nefasto a un passo dal traguardo. Il paradosso è quello di costruire un intero edificio, posare impianti e arredi, per poi farsi seriamente male durante le pulizie finali prima dell’inaugurazione.

La Normalizzazione della Devianza

A questo concetto si associa il fenomeno contrapposto noto come “Normalizzazione della Devianza” (coniato dalla sociologa Diane Vaughan analizzando il disastro dello Space Shuttle Challenger). Qui, l’esperienza storica dei lavoratori si trasforma in un Bias della normalità, fondato su una sicurezza percepita frutto dell’assenza passata di incidenti.

Ecco dove lo Shoshin vince: il “principiante” vedrebbe la condizione di pericolo immediata, senza farsi influenzare dal rassicurante (ma ingannevole) “non è mai successo niente”.

Nel mio lavoro di consulente e formatore, cerco di trasmettere questo precetto: la sicurezza non è un traguardo, ma una pratica quotidiana di attenzione. Non è (solo) la mancanza di conoscenza a uccidere, ma la presunzione di non aver più nulla da imparare dal campo.

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Ing. Daniele Longo

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